Nei Dintorni

st

La leggenda delle Streghe di Benevento

Benevento, contornata da rilievi appenninici e adagiata su una conca naturale, ha una storia molto articolata, per certi versi avvolta nel mistero. Molti avranno sentito parlare delle “streghe di Benevento”, personaggi leggendari la cui fama si diffuse proprio a partire dal 700 d.C., durante l’epoca della dominazione longobarda. La credenza nell’esistenza delle streghe, infatti, nacque e si fuse con gli echi delle misteriose usanze dei longobardi, un popolo fedele alle proprie tradizioni, che praticava anche nei territori conquistati i riti legati al culto del dio Wothan. Un rituale, in particolare, prevedeva che i cavalieri longobardi si riunissero fuori dalle mura della città, precisamente in un bosco di noci, e qui, intrecciandosi in caroselli equestri e corse sfrenate, lanciavano frecce contro una pelle di caprone appesa ad un albero di noce, consacrato al dio Wothan. I Beneventani spiavano atterriti e, nella visione popolare, tutto ciò cominciò ad acquisire una parvenza meravigliosa e demoniaca. Infatti, benché la pratica di queste cerimonie avesse avuto termine – a causa della conversione al cristianesimo dei Longobardi, sotto il duca Romualdo II – ed il noce “demoniaco” fosse stato abbattuto per volontà del Vescovo Barbato, le voci attorno a misteriosi eventi continuarono a circolare. Attribuirono questi riti magici a donne malefiche, intraviste danzare freneticamente intorno all’albero di noce: nell’immaginario collettivo, infatti, gli urli di guerra furono trasformati nei frastuoni scomposti di orge sataniche. Il diavolo, in sembianze di caprone, partecipava a queste celebrazioni insieme a demoni custodi, detti “Martinelli” (o Martinetti) in qualità di amanti e servi. Nei secoli successivi, dopo che lo splendore di Benevento accrebbe e la città divenne “isola pontificia” nel Regno di Napoli, la leggenda continuò a vivere, attraversando il basso Medioevo, il Rinascimento e l’età Barocca, fino ai nostri giorni, colorendosi via via con particolari sempre più vari. Molte e diversificate le tracce lasciate nella letteratura da questa leggenda beneventana: dalle opere del problematico autore de Il Fiore, il trecentesco Ser Durante, al festevole Redi de Il Gobbo di Peretola, alle prediche di San Bernardino da Siena. Anche nella musica questa leggenda ebbe una propria eco: Il Noce di Benevento di Franz Xaver Sussmeyer, allievo di Mozart e Salieri, fa, evidentemente, riferimento all’albero “incriminato” e Le Streghe è proprio il titolo di una delle più singolari composizioni di Paganini. Ma delizioso ambasciatore nel mondo della leggenda di Benevento è, dal 1860, il liquore che Giuseppe Alberti non poteva che chiamare “Strega”. Un nome che fa appello al saldo legame con il territorio, ma anche alle qualità e al gusto da incanto.


mic

 I Longobardi e il culto di San Michele Arcangelo

Di costumi estremamente rozzi, in un continuo stato di guerra, costretti ad una vita seminomade, i Longobardi, nel 568, provenienti dalle zone dell’odierna Ungheria, giunsero in Italia attraverso il Friuli e vi si stanziarono, eleggendo Pavia capitale del Regno. Conquistata tutta l’Italia, si insediarono nel 571 a Benevento. Il ducato di Benevento ebbe nel corso dei secoli, rispetto al principato di Pavia, una propria autonomia, una propria entità indipendente. La sconfitta del re Desiderio ad opera di Carlo Magno nel 774 determinò la fine del Regno longobardo di Pavia, con la sola eccezione del ducato di Benevento, il cui duca Arechi II elevò a principato, ed ebbe una durata fino al 1077, anno in cui cadde sotto il dominio pontificio. Ebbe inizio così per Benevento un periodo storico di notevole importanza: si ampliarono le mura della città, si curò l’urbanistica, si realizzarono lo sviluppo e l’ampliamento della “civitas”, si diede impulso alla attività culturale e religiosa, ricostruendo abbazie, chiese, monumenti, con gli annessi “scriptorum”, centri propulsori di cultura. Benevento dopo la conversione dei Longobardi al cristianesimo nel 663 divenne notevole centro di produzione e di esperienze culturali; vanno ricordate la famosa “scrittura beneventana” ed il “canto beneventano”; inoltre la nota “sacra via langobardorum”, strada dei pellegrini, che da Benevento, lungo il percorso della via Traiana, passando per l’attuale Buonalbergo, raggiungeva il monte Gargano, luogo di fede in onore di San Michele Arcangelo, patrono dei Longobardi. La storiografia longobarda ha dato l’inizio del culto micaelico all’episodio bellico dell’8 maggio 650, allorchè secondo la tradizione i Longobardi di Benevento respinsero un attacco dei Bizantini i quali volevano impadronirsi del santuario dedicato all’Arcangelo sul monte Gargano. Successivamente a questo episodio, ebbe notevole diffusione il culto micaelico in tutto il Medioevo. L’arcangelo San Michele, il più potente difensore del popolo di Dio, fu definito “principe degli Angeli” per la sua lealtà, fedeltà e devozione nei confronti del Signore. L’arcangelo viene rappresentato, nell’iconografia orientale ed occidentale, come un combattente con la spada in mano, che nella prima immensa guerra apocalittica, affronta e sconfigge Lucifero ribellatosi a Dio, facendolo sprofondare nelle tenebre. Contribuirono, certamente, ad accrescere il culto di San Michele nell’area sannita le vicende della transumanza ed i pellegrinaggi verso il Gargano.


br

I Briganti

Lo storico Pasquale Villari afferma che “il brigantaggio non nasce da una brutale tendenza al delitto, ma da una vera e propria disperazione. Diventa la protesta selvaggia e brutale della miseria contro antiche e secolari ingiustizie”. E’ indubbio che i sogni di libertà, di conquista delle terre da parte dei contadini svaniscono immediatamente con i primi provvedimenti del nuovo governo. Si assiste storicamente a moti di reazione popolare che investono tutte le province del Sud d’Italia. Nella neo-nata provincia di Benevento, tutti i paesi sono in tumulto, in fibrillazione contro i provvedimenti dell’autorità costituita. Dopo la capitolazione di Gaeta, la situazione peggiora ed ecco entrare in azione i Comitati Borbonici che montano la reazione contadina, al fine di dare alla stessa una connotazione di legittimità con la speranza di un ritorno al trono di Francesco II Borbone. Sull’onda di queste proteste, si costituiscono e si organizzano bande armate pronte a scontri violenti con reparti militari e squadre della Guardia Nazionale, in luoghi aspri, pieni di insidie, dove il terreno conosciuto dai locali ben si presta ad azioni di guerriglia. Una di queste bande, formatesi con elementi di Casalduni, Campolattaro, Morcone e con soldati sbandati del disciolto esercito borbonico, il 7 Agosto 1861, si diresse a Pontelandolfo dove, devastato il corpo di guardia e bruciato il tricolore, issò la bandiera borbonica, proclamando l’instaurazione del governo provvisorio borbonico. La trionfale protesta popolare si estese a macchia d’olio ai paesi circostanti, destando la preoccupazione del vicino governatore di Campobasso, che inviò immediatamente un gruppo soldati ad arginare le bande che operavano nel territorio. I soldati, dirigendosi verso Casalduni, stanchi per la forzata marcia, furono accerchiati dal sergente borbonico Angelo Pica e dai suoi uomini, e furono condotti a Casalduni, dove furono fucilati. Immediata fu la reazione del Generale Enrico Cialdini alla notizia giunta a Napoli, dell’uccisione del tenente Bracci e dei suoi uomini. Si decise così che “il doloroso ed infame fatto di Pontelandolfo e Casalduni “ dovesse essere castigato, in modo che “di quei due paesi non rimanga più pietra su pietra”. Il 14 Agosto 1861, cinquecento bersaglieri si diressero verso Pontelandolfo, mentre un’altra colonna di quattrocento uomini si diresse verso Casalduni per compiere un’azione repressiva – punitiva. Fu tale la brutalità dell’azione militare che l’on. Giuseppe Ferrari, deputato milanese, ne fece oggetto di apposita discussione nella seduta parlamentare del 2 dicembre 1861. A Pontelandolfo e Casalduni i morti furono sicuramente più di mille, anche se le cifre reali non furono mai rese note dal governo.


pio

 

Padre Pio e il Sannio

Pietrelcina, “l’Assisi del meridione”, è conosciuta in tutto il mondo per aver dato i natali, il 25 maggio 1887 a Francesco Forgione, il Santo stigmatizzato noto come Padre Pio da Pietrelcina. Nato in una modesta famiglia di agricoltori, visse la sua infanzia nei vicoli del Rione Castiello, in un’abitazione formata da varie stanze in Vico Storto Valle, nel suggestivo borgo antico del paese. Nella piccola chiesa di S. Anna, oggi meta di pellegrinaggio, fu battezzato il giorno dopo la nascita. L’infanzia e la prima giovinezza la trascorse nel piccolo borgo di Pietrelcina tra l’affetto materno di mamma Peppa (Giuseppa De Nunzio) e del padre Grazio Forgione. Sin dalla tenera età ebbe visioni celestiali; pur essendo un ragazzo come tutti gli altri, allegro e spensierato, amava pregare e stare in contemplazione con il pensiero rivolto a Gesù Crocifisso. Manifestò ben presto la volontà di farsi frate ed all’età di 15 anni, nel 1903, entrò in noviziato dei padri Cappuccini nel Convento di Morcone, suggestivo paese a pochi chilometri da Benevento. E’ una tappa fondamentale, per chi vuol rivivere i luoghi di Padre Pio, visitare questa cittadina per la bellezza del suo centro storico e delle sue chiese. Al visitatore, il centro storico si presenta con una serie di viuzze in pietra calcarea, percorse da scale e slarghi che ricordano, da lontano, un presepe. Meritano una visita la chiesa di San Bernardino, databile al XVI secolo, e la chiesa della Madonna della Pace del XII secolo. Il convento dei frati Cappuccini, costruito nel 1603, è stato da sempre centro di noviziato; nella quiete del convento, Padre Pio studiò e pregò, preparandosi a vestire l’abito del novizio, abitando prima la cella numero 18 e successivamente quella col numero 28 dell’antico convento. Il 28 gennaio 1904 vestì il saio dei cappuccini assumendo il nome di fra’ Pio da Pietrelcina. Completati gli studi in diversi conventi, il 10 agosto 1910, nella cappella dei canonici del duomo di Benevento, fu consacrato sacerdote nelle mani di monsignor Paolo Schinosi, arcivescovo di Marcianopoli. Da questo momento iniziò il suo instancabile apostolato per il bene dell’umanità facendosi conoscere ed amare in tutto il mondo come Padre Pio da Pietrelcina. Durante questo periodo, per motivi di salute, il padre superiore autorizzò il giovane sacerdote a vivere presso la famiglia, al fine di ritemprarsi nella quiete e nella serenità, nel piccolo centro sannita di Pietrelcina. La famiglia Forgione, in località Piana Romana, possedeva un appezzamento di terreno con annessa masseria, tuttora esistente, ristrutturata ed arredata con le povere masserizie dell’epoca. La visita alla casa di piana Romana, è l’occasione per far rivivere al turista/pellegrino, l’ambiente e l’atmosfera dei luoghi in cui visse il Santo di Pietrelcina. E’ qui che avvenne per la prima volta, il 7 settembre 1910, sotto l’olmo, oggi meta di visitatori, il segno della passione di Cristo sul corpo di Padre Pio. E’ lui stesso che, in una lettera datata 8 settembre 1911, indirizzata a Padre Agostino di San Marco in Lamis, scrive: “Ieri sera mi è successo una cosa che io non posso né spiegare né comprendere. In mezzo alla palma delle mani mi è apparso un po’ di rosso. Questo dolore era più sensibile in mezzo alla mano sinistra, tanto che dura ancora. Anche sotto i piedi avverto un po’ di dolore. Questo fenomeno è quasi da un anno che si va ripetendo…”. Fu tale il disagio che il giovane frate dove’ subire, da chiedere al Signore di rendere ”invisibili” le stimmate, ma non i dolori e le sofferenze, che tali rimasero fino al 20 settembre 1918. In una lettera indirizzata alla nipote Pia, il Santo di Pietrelcina, ricordando l’evento miracoloso, scriverà: “Vai a Pietrelcina e riordina tutto, perché c’è stato Gesù e tutto è avvenuto là”. Oggi, in località Piana Romana, vi è una chiesetta ove è conservato l’olmo sotto il quale Padre Pio ricevette le stigmate e ove era solito pregare nelle afose giornate estive. E’stata di recente costruita una chiesa di più ampie dimensioni per accogliere gli innumerevoli pellegrini in visita ai luoghi sacri. Padre Pio, inviato successivamente nel Convento di San Giovanni Rotondo, visse ininterrottamente per 52 anni la sua esistenza, svolgendo incessantemente il suo apostolato per la salvezza delle anime. La mattina del 20 settembre 1918 mentre era in preghiera dinanzi al Crocifisso ricevette le stigmate alle mani, ai piedi ed al costato, che rimasero fresche e sanguinanti durante tutta la sua esistenza terrena, scomparendo misteriosamente dal suo corpo il giorno della morte, avvenuta il 26 settembre 1968. Il culto e la devozione per Padre Pio da Pietrelcina, già rilevanti quando era in vita e poi successivamente alla sua morte, si sono accresciuti in seguito alla beatificazione, in occasione del Grande Giubileo del 2000, per opera del Santo Padre Giovanni Paolo II che lo elevò, poi, agli onori degli altari, proclamandolo Santo, il 16 giugno 2002.


tr

 

L’Alto Sannio e il Regio Tratturo

Un itinerario nell’Alto Sannio vecchio di millenni. Una strada antica perfetta per escursioni naturalistiche attraversando paesi dai suggestivi nomi medievali. Si va alla scoperta di alberi multisecolari, di sentieri tra i boschi e di antichissimi centri abitati. E’ l’escursione ideale per chi cerca un itinerario inedito all’insegna del binomio natura-cultura.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *